Compagnia del Caffè

Compagnia

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Compagnia del Caffè


La locandiera

La commedia è in scena l’8, il 9 e il 10 marzo al Piccolo Teatro San Pio (zona Malafede)
e in replica il 15, il 16 e il 17  marzo al Piccolo Teatro San Vigilio (zona Tintoretto)

La locandieraLa locandiera, composta nel 1751, è considerata uno degli esempi più riusciti della “Commedia di carattere” di Carlo Goldoni con cui l’autore veneziano capovolge e rinnova la tradizione della “Commedia dell’Arte”.

La vicenda ruota attorno alla figura di Mirandolina, intelligente e smaliziata proprietaria di una locanda in Firenze, che, anche aiutata dal cameriere Fabrizio, deve difendersi dalle proposte amorose dei clienti, in particolare del Marchese di Forlipopoli, un nobile decaduto e spiantato che si vanta del suo titolo (“Io son chi sono” ripete spesso) e dell’altezzoso Conte d’Albafiorita, un mercante arricchito che ha comprato il titolo nobiliare grazie ai suoi commerci (“quando non mancano denari, tutti rispettano”); e mentre il primo pensa che per conquistare Mirandolina basti il prestigio del suo titolo, il secondo crede di poterla comprare con regali e ricchi doni.
Quando però arriva alla locanda un terzo ospite, il Cavaliere di Ripafratta, scontroso e misogino (“Alla larga le donne”), Mirandolina è offesa e indispettita dalla sua freddezza e decide di mettere in gioco tutta la sua arte per farlo innamorare.
Entrano poi in scena anche due commedianti, Dejanira e Ortensia, che, fingendosi gran dame, si contendono le attenzioni del Marchese e del Conte. E così, tra lenzuola da stirare, gioielli, bottiglie varie, lacrimucce e svenimenti l’azione diventa travolgente e giocosa fino al finale, forse inaspettato.

Per quanto siano capaci di suscitare spesso il riso, le figure del Marchese, del Conte e del Cavaliere sono delineate da Goldoni senza indulgenza. Ma è la figura di Mirandolina a spiccare su tutte per ricchezza di sfumature, mostrando un cinismo interessato col suo offrirsi senza concedersi, una sorta di egoismo sentimentale mascherato con l’alibi della libertà, un linguaggio educato e garbato all’esterno ma duro e crudo nei monologhi. E così la sua straordinaria capacità di finzione finisce per costituire una sorta di “teatro nel teatro”, perché è come se stesse recitando una “sua” commedia all’interno della commedia.